Il giorno in cui tutto è cominciato (ma lei lo sapeva già prima)
13 marzo 2019 — e un po’ prima ancora
Ci sono storie d’amore che cominciano con un colpo di fulmine. La nostra ha cominciato con un canile, un pistodromo, un vigile ostinatamente professionale e una maestra che si è rivelata molto più diavoletta che angioletta.
L’anno prima: lei mi aveva già notato
Era il 2018, visita al canile di Rubano, educazione stradale. Chiara era lì come accompagnatrice di una classe prima. Io facevo il mio lavoro.
Chiara mi aveva già notato allora — me lo ha detto dopo. Ma non si era avvicinata, per timidezza o per altro… non lo sapremo mai.
Per fortuna quell’anno intero è passato.
E chissà se allora potevamo immaginare che un giorno avremmo messo radici proprio lì, a Rubano — nello stesso posto dove tutto, senza saperlo, aveva già cominciato a germogliare.
13 marzo 2019: lei aveva un piano, io non capivo niente
La classe terza della scuola Gianna Beretta arriva al pistodromo di Padova con tutta la sua energia. Sono in divisa, concentrato sulla lezione. Chiara, lo avrei scoperto molto dopo, aveva già un piano.
Giri in bicicletta con i bambini, sorrisi, e poi la mossa strategica: la speranza di un caffè durante la ricreazione. Segnali chiari. Segnali che io, impeccabilmente, non ho colto nemmeno uno.
A un certo punto il piccolo Ascanio scoppia a piangere. La vedo in difficoltà, mi avvicino, mi inginocchio accanto al bambino, e piano piano le lacrime si fermano. Lei mi guarda con un sorriso sollevato e un po’ sorpreso.
Momento romantico? Assolutamente. Io l’ho vissuto come parte del servizio.

Il viaggio in autobus: l’ultimo tentativo
Sul pullman del ritorno, mi siedo verso il fondo — zona sicura, distanza professionale mantenuta. Chiara si siede davanti a me, ufficialmente per parlare con le altre maestre. Passiamo tutto il viaggio a pochi centimetri di distanza.
Io guardo fuori dal finestrino.
Una settimana dopo: Facebook
Chiara non si arrende. Una settimana dopo mi manda una richiesta di amicizia.
Piccolo dettaglio: su Facebook non sono facile da trovare. Il mio profilo non ha il mio nome e cognome per esteso, c’è una storpiatura — Ma Teo — e nient’altro. Rispondo alla richiesta con quello che mi sembra un messaggio impeccabile:
«Buonasera Maestra! Complimenti per le indagini… non è facile trovarmi su Facebook!»
Lei, imperturbabile: «Veramente mi sei apparso nei suggerimenti amici.»
Chapeau.
La sera del 20 marzo 2019
Quella sera chiacchieriamo su Facebook per ore. Scopro che lei è nata a Dolo, ha fatto il liceo scientifico, è mezza psicologa e mezza maestra, e si definisce un angioletto. Io non ci credo nemmeno un po’. Le calcolo il codice fiscale a mente e la sfido a darmi la targa della sua macchina entro le dieci del mattino dopo. Lei mi chiama Mr. Poirot, poi diavoletto, poi puntinista. Poi mi ammette, senza troppi giri di parole, di non essere affatto un angioletto:
«in realtà sono un diavoletto».
Lo sapevo.
Alla fine della serata le chiedo se un caffè o uno spritz possano andare bene. La sua risposta, dopo settimane di segnali ignorati, caffè mancati e finestrini guardati, è rimasta nella storia:
«Che fatica!»
— e chiude la conversazione.
Due parole. Tutto il riassunto di una maestra molto paziente e di un vigile molto distratto.
Ci scambiamo i numeri. Lei mi augura la buona notte — Morfeo mi chiama — mi dice. Io ci ho messo un po’ di più ad addormentarmi.